Cottura risotto con zucchine

Risotto di zucchine e Coronavirus

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Risotto di zucchine e senso del tempo durante Covid-19.

In quarantena da quasi 5 settimane per Covid-19 il tuo mondo in parte si contrae e in parte di espande.

Si contrae perché si riducono le opportunità e quindi le esperienze cui eri abituato. Quella che ti manca di più è l’esperienza dell’abbraccio ai tuoi 7 nipotini ma è in generale che le tue esperienze si riducono drammaticamente chiuso come sei in casa.

Dall’altra si espande perché cambia la tua percezione del tempo.

Il tempo si dilata, o almeno ti da la sensazione di dilatarsi, perché riempito di meno esperienze e quindi sembra non passare mai.

Non c’è modo di pensare al tempo in quanto tale. Lo puoi solo fare in relazione alla densità delle tue esperienze che lo segnano, lo misurano, ti fanno sentire la sua velocità o il suo rallentare.

È quella sensazione del tempo descritta varie volte nella grande letteratura, tra gli altri da Thomas Mann ne “La Montagna Incantata” quando descrive l’esperienza del banale ingegnere Hans Castorp dentro al sanatorio Berghof di Davos. Entrato per una visita al cugino e starci appena 3 settimane, ci passò 7 anni.

La sensazione del tempo che ci da questa quarantena da sani, in perfetta salute, è la stessa che trasmette lo sterminato romanzo di Mann.

Varietà di cibo cucinato e mangiato

Tutta questa premessa per un semplice risotto di zucchine? Sì, perché è proprio attraverso i gesti di una esperienza quotidiana che abbiamo forzatamente cambiato che riusciamo a dare un senso a queste giornate così apparentemente rilassate ma una realtà di profonda inquietudine per un futuro di cui sappiamo solo che non sarà come il passato prima del Covid-19.

Quindi evviva il risotto di zucchine, come evviva la torta di noci, le tagliatelle con il ragù d’anatra, la parmigiana di melanzane, il pane di semola di grano duro con il lievito madre, la pasta alla carbonara, l’amatriciana, il tiramisù, etc, etc.

Sono tutte attività che contribuiscono all’autostima e rafforzano quella qualità oggi così necessaria che è la resilienza.

La varietà del cibo preparato e mangiato funziona come surrogato delle esperienze di lavoro e di vita che oggi non possiamo avere e contribuisce a dare densità e senso al tempo che passiamo in quarantena.

 

Se poi ti capita anche di avere la passione della fotografia, ti crei un piccolo set in cucina e racconti, con le foto, la storia della preparazione del piatto.

Ingredienti e fasi di cottura

Ingredienti: riso Carnaroli, olio extra vergine di oliva, aglio, zucchine, burro, Parmigiano reggiano, brodo di verdure.

Fasi: cottura in padella delle zucchine con olio e aglio, biscottatura del riso con l’olio, cottura del riso, mantecatura con burro e Parmigiano.

Burano

Burano: l’isola colorata di Venezia

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[vc_row][vc_column][vc_column_text]A poco più di mezz’ora di vaporetto dalla fermata Fondamenta Nove, Burano è il piccolo centro che sorge su quattro isolette della laguna settentrionale di Venezia.

Burano è noto anzitutto per le sue tipiche case vivacemente colorate e per la secolare lavorazione artigianale ad ago del merletto di Burano.

Vi sono vari ottimi ristoranti di pesce. La tradizione gastronomica è completata dai dolcetti secchi locali, i “bussolai”.

Per quante volte lo si visiti, non si riesce a resistere alla tentazione di fotografare, ancora una volta, gli stessi luoghi trovando ogni volta luci e sensazioni diverse.

Queste foto di marzo 2019 sono, per ora, la versione aggiornata di immagini e sensazioni che sembrano ogni volta diverse.[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_masonry_media_grid grid_id=”vc_gid:1551636879460-c6d37b1f-17c1-3″ include=”3112,3111,3110,3109,3108,3107,3106,3105,3104,3103,3102,3101,3100,3099,3098,3097,3096,3095,3094,3093,3092,3091,3090,3089,3088,3087,3086,3085,3084,3083,3082,3081,3080,3079,3078,3077,3076,3075,3074″][/vc_column][/vc_row]

Libri, gondola, Libreria Acqua Alta , Venezia

Libreria Acqua Alta: un unicum in una città unica

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[vc_row][vc_column][vc_column_text]Solo una dose di pazzia consente di fare grandi cose.

Non c’è dubbio che Luigi Frizzo ci sia riuscito creando la libreria Acqua Alta (Venezia, Campiello del Tintor in Calle Lunga Santa Maria Formosa, 5176, https://goo.gl/maps/WpepcDTJEb82).

Definita dalla BBC una delle 10 più belle librerie del mondo, è un qualcosa di unico in quella unicità che è Venezia.

I libri in vendita sono messi dentro a vasche da bagno, ad una gondola, ad una carriola. Prevalgono i libri usati ma c’è anche una buona selezioni di libri nuovi.

Quelli che non sono più in vendita, sono usati per costruire la scala che consente di salire sul muro di cinta ed ammirare il canale adiacente.

L’effetto di spiazzamento è totale.

In spazi angusti si muovono tanti curiosi e turisti che facilmente diventano anche clienti, un po’ per la gratitudine di aver creato un luogo così unico, ma anche perché si trovano libri difficili da trovare altrove.

 

Pazzia si diceva. In realtà la storia di Luigi Frizzo è la storia di una vita fatta di una incredibile apertura alle più varie esperienze di vita: minatore, guida turistica, croupier, carrozziere, guardia forestale, libraio. Non si è fatto mancare l’esperienza di lavoro sulle navi da crociera.

Vicentino di nascita, da Trissino, ha viaggiato e vissuto in tanti posti (Valle d’Aosta, Germania, Australia, Nuova Zelanda, Tahiti) e ha avuto 3 figli da 3 donne diverse.

Con queste storie così sradicate, 12 anni fa ha messo radici, per così dire, a Venezia, in un luogo che unisce la sua magia ed unicità all’idea stessa di viaggiare in cerca di destinazioni altre in una incessante apertura al mondo.

Venezia sta lì a dirci come solo gli sciocchi possano vedere un conflitto tra la rivendicazione delle proprie radici e l’apertura alle varie culture e tradizioni del mondo.[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_masonry_media_grid element_width=”3″ grid_id=”vc_gid:1488106148776-1c3788b7-7de6-6″ include=”2597,2590,2592,2585,2596,2594,2598,2599,2582,2602,2601,2595,2583,2600,2586,2589,2587,2588,2591,2593,2581,2603,2584″][/vc_column][/vc_row]

Lio Piccolo nella Laguna Nord di Venezia

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[vc_row][vc_column][vc_column_text]Cavallino Treporti, Lio Piccolo – laguna nord di Venezia

 

Lio Piccolo è un paradiso naturalistico nella laguna Nord di Venezia (https://goo.gl/maps/auoqgmBbX7v) per amanti della natura e fotografi.

Si trova nel Comune di Cavallino-Treporti.

Insieme a Burano, da cui dipendeva, Cavallino-Treporti venne inglobato nel Comune di Venezia nel 1923 per tornare poi autonomo nel 1999 a seguito di referendum.

Oltre a Lio Piccolo comprende varie frazioni tra cui insieme, Ca’Ballarin, Ca’Pasquali, Ca’Vio, Ca’Savio, Treporti, Mosele e Punta Sabbioni.

 

Ci si arriva in auto passando da Jesolo, oppure via acqua con il vaporetto da Venezia con arrivo a Punta Sabbioni. La bicicletta è il mezzo ideale per spostarsi lungo le strette stradine in mezzo ai canali delle valli da pesca e nelle paludi della laguna.

 

Attualmente è praticamente disabitato, solo alcuni abitanti nelle varie case sparse e nell’agriturismo.

L’attività è prevalentemente agricola: neglio orti si coltivano, tra l’altro, le famose castraùre (il primo germoglio del carciofo violetto) e le zizołe (giuggiole).  È rimasto solo qualche casone isolato, in un paesaggio fatto di canali, zone di barena e valli da pesca.

 

A ricordo di un inurbamento più significativo ci sono gli edifici nella Piazzetta del Borgo: chiesetta dedicata a Santa Maria della Neve e Palazzetto Boldù.

 

Oltre ad un esercito di zanzare, attivo tutto l’anno anche a dispetto della più robusta dose di Autan, la zona lagunare di Lio Piccolo è un’area con una estesa presenza di molte specie di uccelli sia stanziali che migratori.

Negli ultimi anni anche i fenicotteri rosa hanno scelto l’area per le proprie soste.

Si trovano aironi bianchi (garzette), aironi cinerini e aiorni rossi oltre a chiurli, cavalieri d’Italia, gabbiani reali, anatre, upupa, gruccioni, passeracei, occhioni, pettegole, pantane, fagiani, marangoni minori, e molti altri.

 

Malgrado una presenza veramente numerosa di tante specie di uccelli, riuscire a fotografarli bene non è affatto semplice.

Il suggerimento è quello di fotografare dall’auto, con il tele-obiettivo più lungo che ci si può permettere, parcheggiando nelle numerose piazzole di sosta lungo le stradine tra i canali.

 

Dicono non serva mimetizzare l’auto, dato che gli uccelli sono abituati al passaggio di mezzi motorizzati.

La mia esperienza è diversa ed è che è veramente difficile riuscire a fare delle belle foto nitide con gli uccelli che riempiano lo schermo.

L’impressione è che conoscano le misure dei vari teleobiettivi e che si allontanino in proporzione in modo tale da rendere difficile poterli riprendere come si vorrebbe.

Malgrado un Canon 100-400mm, un moltiplicatore di focale 1,4x e un corpo macchina di piccolo formato che comporta un ulteriore ingrandimento di 1,6x per una lunghezza focale di 896 mm, non è stato facile.

Le foto qui inserite sono le (poche) accettabili. Di sicuro c’è ancora tanto da imparare, a cominciare dal fatto che ci vuole pazienza, tanta pazienza, e rispetto per i ritmi della natura.

In ogni caso, malgrado la difficoltà di ottenere le foto desiderate degli uccelli, la bellezza della natura ha consentito di avere altre belle foto che hanno remunerato la levataccia mattutina.[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_masonry_media_grid element_width=”3″ grid_id=”vc_gid:1475398511659-6e2cae47-00d9-4″ include=”2506,2505,2504,2503,2502,2501,2500,2499,2498,2497,2496,2495,2494,2493,2492,2485,2491,2490,2489,2488,2487,2486,2484,2483,2482,2481,2480,2479,2478,2477,2476,2475,2474″][/vc_column][/vc_row]

Tre Cime di Lavaredo

Tre Cime di Lavaredo: escursione con tour fotografico

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[vc_row][vc_column][vc_column_text]Le Tre Cime di Lavaredo (Drei Zinnen in tedesco, Tré Thìme in dialetto cadorino) fanno parte delle Dolomiti di Sesto e sono uno dei luoghi più belli e famosi delle Dolomiti nella catena montuosa delle Alpi.

Il versante Nord appartiene al comune di Dobbiaco, in Trentino-Alto Adige, mentre il versante Sud è parte da tempo immemore nel comune di Auronzo di Cadore in provincia di Belluno in Veneto.

Il confine delle Tre Cime di Lavaredo corre lungo la parete nord dal lontano 1752.

Per gli alpinisti questa è una tra le meraviglie naturali più apprezzate al mondo.

Rappresentano un vero e proprio paradiso per chi ama escursioni e ascensioni in alta montagna. I principianti hanno comunque l’opportunità di apprezzare viste impressionanti e mozzafiato con una escursione piuttosto facile che fa il giro intero delle Tre Cime.

La partenza classica è dal Rifugio Auronzo (2.320 m) da dove si gode di un ampio panorama verso la Valle dell’Ansiei e Auronzo di Cadore, i Catini di Misurina (m 2839), il lago di Misurina e il Lago d’Antorno, il Sorapiss (m 3205) e il Monte Cristallino di Misurina (m 2775).

Da lì si imbocca il largo sentiero 101 che porta prima ad una piccola chiesetta dedicata a Maria Ausiliatrice e poi al Rifugio Lavaredo (2.344 m). Dal Lavaredo si sale verso la Forcella Lavaredo (2.454 m) da cui si gode di una vista di rara bellezza: sulla sinistra si ergono maestose le Tre Cime di Lavaredo, di fronte un gran numero di montagne che si aprono a corona, tra le quali il Monte Rudo (m 2826), la Croda dei Rondoi (m 2859), la Torre dei Scarperi (m 2687), il Monte Mattina (m 2464), la Torre Toblino (m 2617) e il Sasso di Sesto (m 2539) ai piedi del quale si distingue il Rifugio A. Locatelli, mentre sulla sinistra si staglia il Monte Paterno (m 2619) e ancora la Croda Passaporto (m 2701).

Si prosegue poi fino al Rifugio Locatelli (2.438 m).

Dal Rifugio Locatelli si vedono l’Alpe dei Piani con i due Laghi dei Piani e più oltre, verso valle, la stretta Valle Sassovecchio che scende verso la Val Fiscalina e Sesto di Pusteria. Sulla sinistra della Valle Sassovecchio si erge il Crodon di San Candido (m 2891) e sulla destra la Cima Una (m 2698). Subito dietro al Rifugio c’è la Torre di Toblin (2.617 m).

Il giro viene completato percorrendo il sentiero 105 e passando prima per Malga “Lange Alm” (2.283 m) per poi tornare al Rifugio Auronzo.

Per salire all’area delle Tre Cime ci sono numerosi sentieri che partono da valle oppure occorre arrivare al lago di Misurina per poi salire in auto o autobus al parcheggio del rifugio Auronzo (2.320 m). Nel caso si dedica di usare la propria auto, ve tenuto presente che la strada è a pedaggio. La tariffa include il costo del parcheggio al Rifugio Auronzo (25€ per auto ogni 24 ore. Dopo le 24 ore si pagano altri 7 euro al giorno).[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_masonry_media_grid element_width=”3″ grid_id=”vc_gid:1471461915631-71a44162-10f9-5″ include=”2376,2375,2374,2377,2373,2372,2371,2370,2369,2368,2367,2366,2365,2364,2363,2362,2361,2360,2359,2358,2357,2356,2355,2354,2353,2352,2351,2350,2349,2348,2347,2346,2345,2344,2343,2342,2341,2340,2339,2338,2337,2336″][/vc_column][/vc_row]

Paella a Montorso

Festa di “Gato Magnao?” a Villa da Porto a Montorso

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[vc_row][vc_column][vc_column_text]“Gato Magnao?” è una pagina Facebook (https://www.facebook.com/groups/gato.magnao) con oltre 4.000 membri che si occupa di cibo cucinato, condiviso con gli amici, fotografato.

Prevale la cucina della tradizione locale vicentina, orgogliosamente rivendicata.

Ma il cibo, come spesso succede, è solo l’occasione per stare assieme ed apprezzare la vita assieme agli amici.

Nato come pagina Facebook, Gato Magnao? è diventato un gruppo che organizza corsi di formazione sulle tecniche di cucina, serate a tema e la festa annuale che si tiene a Montorso a Villa da Porto.

 

Per chi non ha familiarità con il dialetto vicentino, l’espressione “Gato Magnao?” richiede qualche spiegazione.

In senso letterale “’’ndare a gato magnao” indica i movimenti dei bimbi che ancora non camminano e che si muovono come i gatti, cioè usando sia le braccia che i piedi.

Quindi, in apparenza, nulla che abbia a che fare con il cibo e la cucina.

 

Ma l’espressione gioca sulle ambiguità.

Nel dialetto vicentino “gato”, con una sola “t” è l’espressione dialettale di gatto e “magnao” ha l’assonanza di “magnare”, cioè di mangiare in Italiano.

Considerato che i Vicentini sono considerati “magna gati”, cioè mangiatori di gatti, ecco che l’espressione dà l’impressione gioca su questa simpatica ambiguità apprezzabile solo da chi conosce il dialetto vicentino e l’ “accusa” di essere mangiatori di gatti.

 

Quest’anno la festa di Gato Magnao? si è tenuta il 23 luglio 2016 con oltre 300 partecipanti contenti.

La serata ha proposto un menù “fusion”: dalla paella spagnola al cous-cous nordafricano, dal mojoto centroamericano per arrivare a sopressa vicentina  e formaggio di Altissimo (un po’ di tradizione non guasta!).

 

Le foto provano a narrare l’evento, partendo dal lavoro dei tanti volontari iniziato di prima mattina per arrivare all’evidente apprezzamento degli ospiti per l’ottimo cibo e il piacere di stare assieme.

[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_masonry_media_grid element_width=”3″ grid_id=”vc_gid:1469342917135-b92e3a4c-b87b-9″ include=”2305,2304,2303,2302,2301,2300,2299,2298,2297,2296,2295,2294,2293,2292,2291,2290,2289,2288,2287,2286,2285,2284,2283,2282,2281,2280,2279,2278,2277,2276,2275,2274,2273,2272,2271,2270,2269,2268,2267,2266,2265,2264,2263,2262,2261,2260,2259,2258,2257,2256,2255,2254,2253,2252″][/vc_column][/vc_row]

Chiesa della Madonna della Salute -Venezia

Foto vera o “trucco e parrucco”? Ovvero il difficile rapporto tra una foto e la realtà.

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[vc_row][vc_column][vc_column_text]Un visitatore di questo blog, Fortunato Castagna, ha criticato il mio post con alcune foto del Castello di Arzignano. (“Sembrano 2 € falsi praticamente cinesi. Sarà comunque dura trattenerli si rifarà al più presto occhio”)

La sua critica liquidatoria mi spinge a ricordare che vero/falso nella fotografia, specie in quella digitale, è una materia molto scivolosa.

Non può esistere una foto “vera” semplicemente perchè il nostro cervello vede le immagini in modo molto diverso da come le vede il sensore della fotocamera. Anche la migliore fotocamera riproduce una gamma tonale infinitamente inferiore al nostro occhio/cervello.

Inoltre noi non abbiamo il problema del “punto di bianco”, che invece caratterizza i sensori delle fotocamere. Per noi un “rosso” o un “blu” sono tali anche se illuminati da luci ad incandescenza o da una luce al neon.

Ogni foto in formato Jpeg che vediamo è frutto di decisioni del software della nostra fotocamera (se scattiamo in Jpeg) oppure delle decisioni del fotografo durante la conversione dal formato nativo della fotocamera (formato RAW) in Jpeg.

Ogni foto è una interpretazione soggettiva comunque diversa da ciò che pensiamo di avere visto.

Ovviamente la interpretazione della fotocamera con il suo software interno, o quella soggettiva del fotografo, non sono le tavole della legge. Il risultato può piacere o meno, può essere percepito realistico o falso.

Talvolta il trattamento con i vari software, a cominciare dal sempre citato Photoshop, è eccessivo e fastidioso. In particolare alcuni trattamenti spinti con l’HDR rendono immagini che si percepiscono false al limite del fastidioso.

Il risultato può essere più o meno buono ed è oggetto, giustamente, di valutazioni e critiche sempre benvenute.

Come diceva Aristotele: siamo nel regno del “perlopiù” e non della verità.

Di mio posso dire che non amo le correzioni spinte delle immagini. Non mi piace incollare cieli che non c’erano al momento dello scatto.

Mi limito per lo più a regolare il punto di bianco, il contrasto, la saturazione dei colori, la nitidezza finale della foto. Per farlo uso Lightroom e Photoshop.

Sono le attività che qualsiasi fotocamera fa comunque quando si scatta in Jpeg. Io preferisco farmi da solo questo lavoro perché il file in formato RAW contiene molte più informazioni. In questo modo riesco a recuperare più dettagli sia nelle alte luci che nelle ombre ed è molto più veloce la correzione di un punto di bianco eventualmente non corretto.

 

Un paio di esempi prima/dopo rendono più chiari i concetti.

Le versioni originali sono quelle uscite dalla fotocamera (formato RAW, conversione in Jpeg fatta con Llightroom senza alcuna modifica).

Le versioni finali sono frutto degli aggiustamenti descritti (punto di bianco, contrasto, saturazione colori, nitidezza).[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column width=”1/2″][vc_single_image image=”2188″ img_size=”900×600″ add_caption=”yes” alignment=”center”][/vc_column][vc_column width=”1/2″][vc_single_image image=”2189″ img_size=”900×600″ add_caption=”yes” alignment=”right”][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column width=”1/2″][vc_single_image image=”2187″ img_size=”900×600″ add_caption=”yes” alignment=”right”][/vc_column][vc_column width=”1/2″][vc_single_image image=”2146″ img_size=”900×600″ add_caption=”yes” alignment=”right”][/vc_column][/vc_row]

Castello di Arzignano

Il Castello di Arzignano

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[vc_row][vc_column][vc_column_text]Il Castello è senza dubbio il simbolo di Arzignano, cittadina veneta in provincia di Vicenza. Dal colle di Santa Maria, che divide le valli dell’Agno e del Chiampo, domina la conca dell’Agno-Chiampo su cui si affacciano anche i castelli di Montebello e Montecchio Maggiore.

Per un arzignanese come me, è naturale usarlo come soggetto fotografico.

Diverse stagioni, diversi orari del giorno, diverse condizioni di luce, diverse posizioni, diversi obiettivi fotografici.

Rivedere dopo anni lo stesso soggetto, il Castello, sotto le diverse prospettive in cui lo hai visto nel tempo fa sempre un certo effetto.

Con una assonanza forse un po’ tirata, mi ricorda il romanzo di Franz Kafka che tanto ho amato da ragazzo, Il Castello appunto, in cui l’agrimensore K non riesce ad entrare malgrado i suoi innumerevoli tentativi.

Per analogia mi vien da dire che non sono ancora riuscito a prendere l’immagine che renda appieno il senso di questo mio Castello. Vorrà dire che questo sforzo continuerà ancora a lungo.[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_masonry_media_grid element_width=”3″ grid_id=”vc_gid:1468043250614-e49aa355-6b26-2″ include=”2121,2128,2126,2124,2123,2122,2130,2131,2132,2134,2137,2138,2140,2141,2142,2144,2145,2147,2146″][/vc_column][/vc_row]

Chiesa Villaggio Giardino - Arzignano

Arzignano: la chiesa del Michelucci a Villaggio Giardino

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[vc_row][vc_column][vc_column_text]Quando è cominciata la costruzione della chiesa del Michelucci nel 1966, avevo 7 anni. Andavamo a giocare a pallone lì dietro, al “campo de Alo”. Abitavo in via Vicenza, a poche centinaia di metri da lì. Villaggio Giardino, questo il nome del quartiere, aveva bisogno di una chiesa visto che, fino ad allora, si usava la piccola cappella del vicino ricovero e il quartiere cresceva.

Si deve alla visione di Don Nilo Rigotto, e alle sue indubbie doti di saper fare, se una chiesa così innovativa è stata realizzata.

Che un grande architetto quale Giovanni Michelucci, già autore della celebre “Chiesa sull’Autostrada” vicino a Firenze, abbia accettato di lavorare ad Arzignano, è un merito tutto suo.

È un peccato che una chiesa così bella e particolare, con una architettura innovativa e piena di significati simbolici, sia stata incapsulata da edifici anonimi e brutti che la nascondono.

Rimane il cuore di un quartiere popolare, orgoglioso della sua chiesa.[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_masonry_media_grid element_width=”3″ initial_loading_animation=”fadeIn” grid_id=”vc_gid:1465627392604-92f4e1ac-b1b0-3″ include=”2068,2067,2066,2065,2064,2063,2062,2061,2060,2059,2058,2057,2056,2055,2054,2053,2052,2051,2050,2049,2048″][/vc_column][/vc_row]

Carnevale di Venezia 2013

Carnevale di Venezia

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[vc_row][vc_column][vc_column_text]Fare foto al Carnevale di Venezia è diventato un rito ricorrente.

La ricchezza dei colori e delle forme unite all’incredibile scenario tra Piazza San Marco, il porticato di Palazzo Ducale, lo sfondo con l’isola di San Giorgio, Riva degli Schiavoni, il Ponte dei Sospiri, rendono questa esperienza unica.

E’ una unicità che si ripete ogni anno, apparentemente sempre uguale ma in realtà sempre diversa, come ogni anno sono diverse le maschere che si presentano per essere fotografate.

Questo presentarsi delle maschere per apparire e farsi fotografate nasconde una storia di passione incredibile. L’impegno, il costo, il tempo dedicato da chi si prepara maschere così belle e sofisticate, sono veramente notevoli. Pare che la preparazione degli abiti più sofisticati costi molte migliaia di euro e richieda mesi di preparazione.

Lo scopo è mostrarsi, seppure mascherati, il che, a ben pensarci, è un paradosso perché lo svelamento dell’apparire parrebbe essere l’opposto del mascheramento.

Le persone mascherate vengano da tanti paesi diversi. Quando ti invitato a ritirare il loro biglietto da visita, con la foto della propria maschera in evidenza, affinché tu possa mandare loro le tue foto, ti rendi conto che vengono da Stati Uniti, Francia, Giappone, Germania e tanti altri paesi.

Va sperimentata l’esperienza di tante modelle e modelli, vestiti così elegantemente, che si mettono in posa per te, con movimenti lenti, pronti ad accettare le tue richieste su come posare.

Il miracolo, se così si può dire, si limita alle prime ore del mattino. Dopo arrivano migliaia e migliaia di turisti e si entra in una competizione corpo a corpo per riuscire a fotografare.

Il suggerimento che deriva da anni di esperienza è quello di farsi trovare in piazza San Marco almeno mezz’ora prima dell’alba. Ci si trova già con decine di altri appassionati e di professionisti già pronti.

Alle prime luci dell’alba ci sono solo maschere, fotografi, uno scenario magico e colori incredibili.[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_masonry_media_grid element_width=”3″ initial_loading_animation=”fadeIn” grid_id=”vc_gid:1464508356360-c664ebec-fd41-2″ include=”761,1060,1059,1058,1057,1056,1055,1054,1053,1052,1051,1050,1049,1048,1047,1046,1045,1044,1043,1042,1041,1040,1039,1038,1037,1036,1035,1034,1033,1032,1031,1030,1029,1028,1027,1026,1025,1024,1023,1022,1021,1020,1019″][/vc_column][/vc_row]