Politica internazionale

La dottrina trumpiana che apre il mondo al caos

Una riflessione sulla nuova National Security Strategy degli Stati Uniti e sul passaggio da un ordine fondato sulle regole a una politica di potenza, dipendenze e rapporti di forza.

Nicola Muraro · Il Giornale di Vicenza · 21 dicembre 2025

Questa pagina ripropone l’intervento pubblicato sul Giornale di Vicenza il 21 dicembre 2025. Al centro c’è la nuova National Security Strategy degli Stati Uniti: non come ritorno al multilateralismo, ma come ridefinizione della potenza americana in un ordine internazionale più instabile.

La nuova National Security Strategy (NSS) degli Stati Uniti segna un cambiamento profondo nella politica estera americana. Non si tratta, però, della svolta multilaterale che alcuni commentatori hanno voluto vedere. Al contrario, il documento sostituisce il primato del diritto e delle regole condivise con una riaffermazione della forza, esercitata in forme meno visibili ma non meno incisive. 

Non multilateralismo, ma riorganizzazione della potenza

Carlo Rovelli, in un recente intervento sul Corriere della Sera (10 dicembre), coglie correttamente un dato di partenza: l’Occidente non domina più il mondo come nel secondo dopoguerra o nel periodo successivo alla Guerra Fredda. Tuttavia, la conclusione che ne trae è discutibile. La nuova strategia americana non rappresenta un’apertura al multilateralismo, ma una riorganizzazione della logica di potenza. 

Il documento prende atto dei limiti dell’intervento militare permanente, ma non rinuncia all’uso della forza. Piuttosto, la estende ad altri ambiti — economico, tecnologico, finanziario e normativo — rendendo il conflitto strutturale e continuo, diffuso su una pluralità di piani che investono direttamente la vita economica e politica dei Paesi alleati e concorrenti. 

Il linguaggio utilizzato dalla NSS è rivelatore. Espressioni come sole-source (“fornitore unico”), push out (“espellere dal mercato”) e leverage (“leva di pressione”) non sono tecnicismi. Indicano una strategia che privilegia dipendenze, esclusioni e rapporti asimmetrici: non cooperazione tra pari, ma subordinazione. 

È un unilateralismo esplicito, fondato sull’uso sistematico delle asimmetrie di potere, che assume la sicurezza nazionale degli Stati Uniti come unica fonte di legittimità, ignorando il diritto internazionale. È l’opposto del multilateralismo basato su regole condivise. 

La libertà svuotata dalle dipendenze

In questo contesto, la libertà rischia di ridursi a una forma vuota: resta proclamata, mentre le condizioni materiali che la rendono possibile vengono progressivamente svuotate. Pensare in modo autonomo, seguire una propria linea politica o culturale, diventa sempre più costoso. 

Colpisce, in questo quadro, l’atteggiamento di chi in Europa applaude alle critiche contenute nella NSS contro l’Unione europea. È un applauso miope. Quelle critiche non mirano a rafforzare i singoli Paesi, ma a indebolire l’Europa come soggetto politico unitario, rendendo gli Stati più facilmente subordinabili una volta persa la massa critica dell’insieme. 

Europa e Occidente non coincidono più

Rovelli non coglie fino in fondo la radicalità di questo cambiamento. L’Europa e gli Stati Uniti dell’amministrazione Trump non costituiscono più un “Occidente” inteso come comunità politica fondata su regole e valori condivisi. Europa e Occidente tendono sempre meno a coincidere. 

Nel criticare giustamente l’imperialismo militare e l’uso ideologico della parola “democrazia”, egli finisce per sottovalutare una trasformazione che conduce verso un ordine di dura competizione, nel quale non esistono alleati stabili e la forza — militare, economica, tecnologica — diventa il principale garante della sicurezza. 

Una visione hobbesiana del mondo

La nuova strategia americana disegna un mondo di alleanze instabili e dominio selettivo. Un mondo che non riduce i conflitti, ma li rende continui. Ma chi dovrebbe regolarli, se il diritto e le istituzioni internazionali vengono delegittimati? 

È una visione apertamente hobbesiana: la guerra di tutti contro tutti, in cui anche il più forte può cadere quando gli altri si coalizzano. Se questa logica viene adottata da tutte le potenze, il risultato non è ordine ma caos competitivo permanente. 

Chiamare tutto questo “realismo” è fuorviante. Lo stesso Hobbes vedeva nella creazione di regole comuni l’unica via d’uscita dalla violenza generalizzata. Senza diritto, la forza non costruisce stabilità: produce solo conflitti senza fine. 

Negare il valore del diritto e delle istituzioni comuni non significa tornare a un mondo più semplice o più sicuro. Significa accettare un sistema di conflitti continui, privi di meccanismi di contenimento, nel quale la forza decide tutto e la pace diventa solo una pausa temporanea tra una crisi e l’altra. 

La risposta necessaria dell’Europa

Per l’Europa, che ha costruito la propria integrazione su regole e interdipendenza, non è possibile rassegnarsi a un ruolo subalterno. 
Come indicano Draghi e Letta, l’Unione va trasformata da semplice spazio regolato a potenza civile e politica, attraverso investimenti nelle tecnologie innovative, integrazione finanziaria, una vera difesa comune e decisioni assunte a maggioranza. 
Solo così l’Europa può diventare il perno di un autentico approccio multilaterale, fondato sulla cooperazione internazionale e sul riconoscimento del valore del diritto: una prospettiva opposta alla legge del più forte. 

 

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