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Scalata la Montagna Incantata durante il coronavirus

La Montagna Incantata Tomas Mann

Sentirsi come Hans Castorp ne La Montagna Incantata

Ho finito di scalare la Montagna Incantata di Tomas Mann. C’è voluto il coronavirus per farmi finire di leggere fino in fondo questo libro enorme, considerato tra le 5 opere più importanti della letteratura del primo ‘900. Le altre sono Il Processo di Kafka, L’uomo senza qualità di Musil, Le  Recherche di Proust e l’Ulisse di Joyce. (di passaggio mi manca solo Proust per completare la cinquina).

Ne è valsa la pena. Mi sto sentendo come Hans Castorp, l’anonimo ingegnere protagonista del romanzo, che, entrato nel sanatorio Berghof di Davos solo per una visita al cugino malato di tubercolosi, vi rimane 7 anni.

Il romanzo è uno straordinario affresco di un mondo che si stava dissolvendo e che sarebbe collassato da lì a poco nelle trincee impantanate della prima guerra mondiale dove lo stesso Castorp va a finire.

Chiuso in casa oramai da 7 settimane, vivo il tempo come nel romanzo: in modo indefinito, senza alcuna certezza di quando sarà il “dopo” e, ancor di più, di “come sarà” il dopo. L’unica certezza è che il nostro mondo di prima non ci sarà più.

 

Progetti per la “nuova normalità” dopo il coronavirus

Intanto, come tutti, ho dovuto cambiare il modo di lavorare e di vivere.

Da dimenticare per ora (e per chissà quanto) gli incontri con i colleghi e i clienti nelle capitali della Mittel Europa (Vienna, Praga, Budapest, Bratislava). Video conferenze con colleghi, clienti, partner. Lavoro su progetti per la “nuova normalità”, provando ad immaginare quale potrebbe essere e come provare a creare valore nel mondo che sarà. Aggiornamento e studio continui su ciò che è già diventato ancor più importante di prima: Intelligenza Artificiale, big data, soluzioni per la gestione delle relazioni tra aziende e persone sulla crescente messe di canali digitali che dovremo usare nella lunga fase di distanziamento.

Tempo libero cambiato drammaticamente

Della vita oltre il lavoro è cambiato, drammaticamente, il tempo libero, se si può chiamare il “libero” il tempo speso in quarantena chiusi casa senza gli abbracci di figli e nipotini.

Del poker dei miei hobby (viaggi, cucina, lettura, fotografia) i viaggi sono per ora scomparsi e con la loro scomparsa anche la fotografia viene giocoforza immiserita drammaticamente.

Certo, si mangia sempre a casa (vorrei ben vedere!), si cucina tanto e cose varie. Ma in 3 non ti viene certo voglia di preparare piatti complessi e neppure studiare impiattamenti sofisticati, belli abbastanza da essere fotografati con una qualche ambizione.

Lettura: l'hobby a-fotografico

Ti resta la lettura, un hobby del tutto a-fotografico. La lettura di arricchisce di straordinarie immagini mentali, ti apre nuovi mondi, ti fa viaggiare con la fantasia, crea le condizioni per pensare a come costruire la ”nuova normalità” dopo il coronavirus. Tante cose. Tante ma non immagini per la fotocamera.

 A allora ti inventi di fotografare i libri che stai leggendo, con una bulimia che non conoscevi da tempo, con una velocità di lettura che ti stupisce frutto, forse, di questo allenamento alla lettura fatto di documenti di lavoro in plain English durante il giorno e di testi di narrativa, saggistica, gialli, alla sera e nel fine settimana.

Lavori sulla profondità di campo selettiva, sulle luci, aumenti contrasto e nitidezza, per cercare di dare senso fotografico a libri che, in realtà, stanno arricchendo ulteriormente l’immagine che tu hai del mondo più che le immagini che la fotocamera registra delle copertine di quei libri.

 

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